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Premessa Per tutto il Cinquecento e ancora per lunga parte del Seicento l’Apocalisse fu in assoluto il testo biblico più letto e commentato. In un’epoca di grandi mutamenti e rivoluzioni, il libro che da sempre era stato associato al futuro dei cristiani veniva posto al centro dell’attenzione teologica come punto di riferimento per comprendere il presente in relazione ai recenti accadimenti storici. La scoperta dei nuovi mondi, le contrapposizioni politiche e confessionali, le riforme religiose furono tutte vissute alla luce di quello scritto misterioso chedi volta in volta era parso una profezia sulla rinascita dell’umanità, un atto d’accusa contro i nemici della vera fede, un breviario della riforma spirituale. Nel mondo cattolico i gesuiti furono tra gli esegeti più attivi e prolifici. Alonso Salmerón (†1585), Francisco de Ribera(1) (1537-1591), Brás Viegas (1554-1599), Benito Perera (1535ca.-1610), Luís de Alcázar (1554-1613), Cornelio a Lapide(2) (1567-1637) sono solo alcuni fra i più grandi maestri della Compagnia che si cimentarono con lo scritto apocalittico. Pur nella pluralità degli indirizzi ermeneutici abbracciati, un comune denominatore caratterizza la loro interpretazione: la riscoperta dell’Apocalisse come libro ecclesiologico. Nei loro eruditi commentari le immagini delle visioni giovannee acquistano un significato soprattutto in quanto parlano della chiesa nella storia, del culto e della liturgia, della tradizione di santità e della dottrina, del rinnovamento morale, della testimonianza fino al martirio. A partire dalla metà del Seicento anche i gesuiti italiani si distinsero nella produzione di opere esegetiche di grande valore, ereditando in parte il primato negli studi biblici che nel secolo precedente era stato appannaggio delle scuole iberica e fiamminga.(3) Nella lettura teologica e spirituale di scritti biblici allegorici e profetici si distinse il ligure Gregorio Ferrari. Nato a Porto Maurizio nel 1580, entrò nel noviziato della Compagnia nel 1595. La sua attività di insegnamento si esplicò soprattutto a Milano, anche negli anni terribili della guerra e della peste. Fu poi rettore del collegio d’Arona, città d’origine dei Borromeo, e d’Alessandria. Morì a Como nel 1659, dopo aver trascorso gli ultimi anni di vita ancora a Milano, curando l’edizione delle sue opere. Tra di esse, insieme a un trattato di fisica aristotelica e a vari opuscoli di spiritualità, spiccano un importante trattato sulla Christiana perfettione o vero vita evangelica del 1643 e i commentariall’Apocalisse (1653-56) e al Cantico dei Cantici (1657).(4) I tre libri in folio dei Commentaria in sanctam Apocalypsim costituiscono la più completa e articolata esposizione secentesca della profezia giovannea, una mastodontica summa di esegesi, dogmatica e morale che ha per fondamenta le immagini apocalittiche. In una riesposizione fortemente personale i contributi dell’esegesi gesuita vengono connessi con i più sentiti temi del dibattito teologico fino a costituire un labirinto di milleduecento pagine, quattrocento e passa questioni, che spaziano dai rapporti trinitari alla casistica, dall’angelologia alla politica, dall’amore divino agli abissi infernali. Nelle prossime pagine verranno presentate alcune fra le più interessanti tematiche rintracciate nell’opera del Ferrari cercando di metterne in evidenza l’originalità e l’attualità. Le ricche e misteriose immagini dei sigilli e delle trombe, del drago, della bestia e della prostituta, del regno millenario e delle sette lettere alle chiese d’Asia acquisteranno forse più luce anche per il lettore moderno che si accosta alla profezia con orecchi aperti per ascoltare "ciò che lo Spirito dice alle chiese" (Ap 2,7.11.17.29; 3,6.13.22).
1. Umanità e storia Il nucleo dell’esegesi di Ferrari è l’universalità del messaggio apocalittico. Secondo il gesuita il contenuto della profezia non è circoscrivibile a un limitato periodo storico o a una sequenza di fatti e di tempi, ma tutti li racchiude e li comprende. Sintesi di tutte le profezie e dell’evangelo, l’Apocalisse è il libro della teologia per eccellenza. Vi si trova più che la storia della chiesa o di un suo periodo, il fondamento teologico della sua storia, la sua verità. Tale fondamento può essere scoperto, così come per Agostino, solo attraverso una lettura simbolica. L’Apocalisse è storia di due città immateriali e materiali che si costruiscono e sfidano fino alla fine dei tempi: la città di Dio e la città dell’uomo, è compendio della lotta tra le forze divine e diaboliche che si contendono il cuore dell’uomo lungo i secoli. A questo schema interpretativo occorre ridare lustro per comprendere il messaggio universale. Ogni lettura che ricerchi troppe simmetrie tra eventi della storia profana e profezia va superata. Soprattutto la sequenza dei sette sigilli e delle sette trombe (Ap 6-11) da sempre veniva interpretata come successione di periodi storici o di eventi riguardanti la chiesa del passato o del futuro, oppure la storia del mondo nel suo intero sviluppo. Questi adattamenti però, a giudizio di Ferrari, peccano sempre di ingenuità, perché presumono di penetrare il corso della storia e di intendere tutti gli eventi nella loro serie cronologica come finalizzati alla realizzazione del compimento. E invece tutto è così difficile e contorto, il piano divino è imperscrutabile e misterioso: "Noi non possiamo comprendere, ad esempio, perché debbano convertirsi al vangelo genti di luoghi lontanissimi, mentre in Europa e in Africa dimorano gli infedeli [...]. Così come non comprendiamo perché dopo la diffusione del vangelo nei primi secoli, la fine delle persecuzioni e la conversione degli imperatori romani, si siano scatenate le potenze barbariche a distruggere la nascente repubblica cristiana".(5) A questo punto vanno allora abbandonati gli schemi precostituiti e occorre ritornare al testo apocalittico con una nuova sapienza. Il cavallo bianco del primo sigillo (Ap 6,1-2) rappresenta la forza diffusiva dell’evangelo sulla terra. È limitativo ritenere che il cavallo evangelico sia uscito solo nel primo periodo della storia della chiesa e rappresenti la predicazione apostolica, anche se è corretto affermare che da lì inizia la sua corsa. L’evangelo si diffonde sempre e ancora grazie ai predicatori, saette scoccate verso i più lontani confini della terra da quell’arco teso che con la sua parabola disegna i misteri dell’incarnazione, della passione e della risurrezione. Il cavallo rosso del secondo sigillo (Ap 6,3-4) è invece il simbolo della violenza bruta. Se è logico imputare al sistema imperiale romano e alle orde barbariche l’uso sistematico di essa, non si può pensare che qui venga adombrata solo la persecuzione anticristiana, oppure la distruzione dell’impero da parte dei barbari. Il cavallo rosso percorre sempre la storia. Coloro che lo cavalcano sono in preda al potere della spada che toglie la pace dalla terra e scaglia gli uomini gli uni contro gli altri. Non si creda pertanto che la violenza contro i testimoni del vangelo sia la sola qui simbolizzata. La violenza è malvagia in se stessa, né può essere redenta dal suo fine. Nell’interpretazione del terzo sigillo (Ap 6,5-6), Ferrari si distacca ancora di più dalle letture tradizionali che in genere vi vedevano simbolizzata la diffusione delle eresie. Il cavallo nero è invece immagine del potere della chiesa, "non nella sua componente interiore e puramente spirituale, ma in quella che possiamo chiamare politica e che concerne l’amministrazione della giustizia e il governo esteriore: in ciò consiste non solo il papato ma ogni potentato di ecclesiastici e religiosi".(6) La bilancia che il cavaliere tiene in mano rappresenta il diritto canonico e l’ammonimento a non risparmiare vino e olio, sta a significare che gli uomini di chiesa non si devono solo interessare all’applicazione del diritto, ma soprattutto all’esercizio della carità e della misericordia. Lo stesso colore nero, attribuito al terzo cavallo, racchiude un insegnamento: il diritto ecclesiastico, seppure necessario, è qualcosa di intrinsecamente opposto all’ingenuità evangelica. Al quarto sigillo (Ap 4,7-8), il cavallo pallido, viene assegnata la funzione di rappresentare la forza cieca dell’eresia, intesa come scelta ideologica arbitraria che può generare incomprensione, discordia, divisione, violenza, morte, dannazione. Anche il quarto sigillo non identifica un periodo storico o un gruppo umano, né può essere visto solo in contrapposizione al vangelo, del quale anzi paradossalmente "è piuttosto amico che nemico".(7) I quattro cavalli dunque, in se stessi immagini di energia e rapidità, delineano quattro forze storico-cosmiche che attraversano i sentieri del tempo e dividono e contrappongono l’umanità. I cavalieri che li cavalcano sono gli uomini che da tali forze sono trasportati. Il primo e il terzo sono poteri orientati verso il bene, il secondo e il quarto verso il male. Amore e discordia scaturiscono dal cuore dell’uomo, giustizia e violenza pervadono le relazioni sociali. Il corso del mondo non può essere interpretato come successione univoca di epoche contraddistinte da una peculiare caratteristica (età apostolica, età delle persecuzioni, età delle eresie, età delle calamità, fine del mondo), è piuttosto da vedere come spazio aperto attraversato da forze contrapposte delle quali nessuna ha il sopravvento fino all’esito finale. Solo il cavallo bianco infatti "uscì vittorioso per vincere ancora" (Ap 6,2). E se anche i cavalli hanno iniziato la loro corsa in periodi diversi, "ormai tutti insieme percorrono il campo dei secoli. [...] E poiché corrono insieme, non c’è da stupirsi se alcuni degli antichi padri si siano sbagliati ritenendo prossima, ai loro tempi, la fine del mondo".(8) Nella storia tutto è già accaduto, non c’è una novità da attendere dentro di essa. Ogni giorno la scena del mondo presenta la contrapposizione tra le forze dell’amore e della discordia, della giustizia e della violenza, in un perpetuo avvicendamento. Nessuno può ergersi a giudice della storia, né può pensare di prevederne la fine. Solo coloro che in essa sono stati stritolati e annientati, i martiri, "le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa" (Ap 6,9), possono osare chiedere al divino: "Fino a quando, Sovrano, tu che sei santo e verace, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue sopra gli abitanti della terra?" (Ap 6,10). La serie dei sette sigilli presenta allora la dialettica ultimativa delle forze cosmiche. Il corso del mondo, con tutte le sue tensioni e contraddizioni, viene chiamato in giudizio da chi è uscito totalmente da esso in nome di un valore extrastorico. I martiri del quinto sigillo sono l’esatta antitesi di tutto ciò che è mondano: violenza, iniquità, discordia, ma anche legge, amministrazione della giustizia, politica. Essi vestono di bianco come chi è stato lavato dalla contaminazione col mondano. La sintesi di questa più elevata contraddizione tra il mondo e coloro che sono usciti da esso è demandata al giudizio, compendiato nel sesto sigillo. Là si attuerà il rovesciamento di tutti i valori, la distruzione del male, la sublimazione di quanto di divino era presente nell’umano. Ci sarà ancora una tenda, una città, una comunità degli uomini ma "non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il sole, né arsura di sorta, perché l’Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi" (Ap 7,16-17). Il settimo sigillo, con il suo silenzio, supera anche quest’ultima forma immaginosa della città celeste, la cui essenza è in verità ineffabile. Il lettore sarà ora invitato a ricomprendere la vita stessa della chiesa come dialettica di forze contrapposte. Questo è il significato del settenario delle trombe, simbolo della predicazione evangelica. Le prime quattro (Ap 8,7-13) rappresentano altrettante reazioni negative dell’umanità alla parola evangelica, proprie di ogni tempo e latitudine, ma che hanno assunto veste tipica in alcuni periodi storici e presso alcuni popoli. L’indurimento come grandine fu tipico dei Giudei. La reazione sanguinaria fu tipica dei gentili. L’incomprensione, causa di errori dottrinali, fu propria di gran parte dei cristiani nei primi secoli. Il raffreddamento e la caduta dal primitivo entusiasmo colpiscono sempre la chiesa: in particolare dopo i primi secoli si assistette a un degrado dei costumi dei ministri, tanto nella vita privata (notte) quanto nelle funzioni pubbliche (giorno). Le ultime tre trombe, ovvero i tre "guai", raccontano come negli ultimi tempi le reazioni negative al vangelo si intensificheranno fino a raggiungere un’efferatezza inaudita contro i testimoni del Cristo. Ma ancora una volta la profezia secondo Ferrari non è divinazione del futuro o narrazione criptica del passato. È piuttosto una scienza della psiche e della società degli uomini delle quali mette in grado di comprendere e prevedere le dinamiche. Nel cuore dell’uomo e nelle sue produzioni sociali corrono energie contrapposte, la cui risultante è una continua conflittualità che percorre la storia e la conduce al suo esito, come i quattro umori, ancora una volta rappresentati dai quattro cavalli, che con i loro opposti flussi tengono in vita l’organismo, destinato però alla morte fisica.(9) La profezia si fonda proprio sull’immutabilità delle forze che condizionano il pensiero e l’azione degli uomini. Il mondo è infatti quel campo in cui grano e zizzania crescono insieme fino alla mietitura (Mt 13,24-30). Non ci si deve turbare dunque per il fatto che nella profezia tanto spazio sia dato al negativo, al male, al diabolico: "L’Apocalisse è infatti come un frutto che va sbucciato di una dura corteccia prima di raggiungere la dolcezza della polpa".(10)
2. Religione e ragion di stato "Quando gli uomini furono scacciati dal paradiso terrestre e iniziarono ad aver bisogno di molte cose per la sopravvivenza, si rese necessaria la comunicazione reciproca. Perché nessuno da solo può tutto, come non ogni suolo produce ogni frutto.(11) Ora, affinché gli uomini comunicassero convenientemente, bastava in verità la sola legge naturale che dice di fare agli altri ciò che vogliamo sia fatto a noi e di non fare agli altri ciò che non vogliamo sia fatto a noi. Perciò dice bene l’Apostolo: ‘Quando i pagani, che non hanno legge, per natura agiscono secondo la legge, essi, pur non avendo legge, sono legge a se stessi’ (Rom 2,14). Senza dubbio a causa di quel lume di cui si parla nel Salmo 4: ‘Su di noi, Signore, risplende la luce del tuo volto’, affinché molti dicano invano: ‘Chi ci mostrerà il bene?’ (Sal 4,7). Ma tuttavia come dice Genesi 8,21: ‘L’istinto del cuore umano è incline al male fin dalla adolescenza’, di modo che facilmente si ottenebra il cuore stolto degli uomini e la carne, non frenata, corrompe la loro via. Di qui Romani 13,4: ‘L’autorità è al servizio di Dio per il tuo bene, ma se fai il male allora temi, perché non invano porta la spada’ [...]. Ora dunque, poiché molti hanno bisogno di temere, né la moltitudine è in grado di frenarsi da sé (infinito è infatti il numero degli stolti), ecco che fu necessario istituire l’autorità. Dio che non viene meno nelle necessità istituì l’autorità [...]. Ma le cose che sono state ordinate da Dio, non procedono come sono state ordinate, dato che vengono affidate all’esecuzione di molti [...]. E allora come nell’uomo il prevalere del senso lo fa degenerare in bestia, anche se da Dio era stato fatto uomo e non bestia, così avviene nei potentati dell’umana autorità che degenerano in bestie, soprattutto quando a causa dell’ambizione, dell’inganno, della violenza si insediano sui troni uomini scellerati e per questo scatenano guerre immani [...]. Si dovrà dunque dire che non è il diavolo l’inventore delle monarchie, né l’istitutore delle autorità politiche, ma che è Dio. E che tuttavia il diavolo le corruppe e fu la causa per cui qui, a ragione, sono assimilate a una bestia mostruosa".(12) Questa, in sintesi, la filosofia politica del gesuita, fondata sulla dottrina paolina dell’autorità e su un concetto "economico" di stato di natura. Non è un istinto sociale, né un contratto ciò che spinge gli uomini ad aggregarsi, a comunicare, a costituire la prima società dopo la caduta, quanto piuttosto un’indigenza materiale, un istinto di sopravvivenza. La legge naturale guiderebbe gli uomini in tutto, se il peccato non li inclinasse al male appena usciti dall’Eden dell’infanzia. Alla deficienza morale però può sopperire solo Dio, intanto con l’istituzione dell’autorità temporale. Intervento che per Ferrari potrebbe essersi attuato anche attraverso l’elevazione di una prima forma di potere autonomo e arbitrario a strumento divino per il governo delle moltitudini. Lo stato di ferinità però, invece di essere totalmente superato dall’istituzione dell’autorità politica, può essere rinfocolato se questa si piega in tirannia e divergendo dai princìpi divini del potere si trasforma in belva: "Certo da quando gli uomini si sono moltiplicati, si è moltiplicata anche la prevaricazione, con essi si sono moltiplicati anche i tiranni e si sono moltiplicati i dolori e l’uomo è stato reso lupo per l’altro uomo".(13) Le immagini apocalittiche del drago, della bestia, della prostituta, sovente utilizzate come etichette da applicare ai nemici della propria fazione, setta, chiesa, divengono in Ferrari punti di partenza per l’analisi delle degenerazioni della politica. La bestia di Apocalisse 13 è per l’esegeta italiano senz’altro non un personaggio storico, né solo una raffigurazione dell’Anticristo, ma il simbolo della malvagità del potere quando da strumento divino, a causa di uomini perversi, diventa il più terribile mezzo nelle mani del maligno. Le sette teste del mostruoso essere sono le sette monarchie mondiali, le dieci corna rappresentano la moltitudine dei tiranni, il mare da cui ascende è il secolo. La sua pelle maculata indica l’ipocrisia ma anche la molteplicità di popoli che attrae, i piedi sono di orso perché il potere, come questo animale, da prono e rivolto alle cose terrene vuole elevarsi in posizione eretta. La bocca di leone indica la ferocia. Ogni realtà, tra i poli del divino e del diabolico, è compresa in un percorso di generazione, degenerazione, rigenerazione. Fra tutte, però, quella del potere sembra la più lontana da una riconversione a Dio. Per questo da molti viene concepita come diabolica in sé e irredimibile. Dall’altra parte molti altri, accecati dalla sua grandezza e dalle sue vane promesse, la eleggono a unica divinità cui sacrificare ogni cosa. Il dualismo tra anarchici per amore e atei per calcolo deve essere ricomposto in una visione più equilibrata e prospettica: "È vano che alcuni zeloti si lamentino che tanto torbida sia la politica degli uomini e che si compiano impunemente tanti delitti e ogni cosa indifferentemente sia sovvertita. Perché meravigliarsi di ciò se Dio ancora non regna sulla terra e ha deposto la sua grande potenza che riprenderà a suo tempo? Smettano dunque di stupirsi e ancor più di scandalizzarsi, aspettino la settima tromba e leggano la prossima questione dove si spiega lo scopo divino di tutto ciò. Ma che diremo dei politici, che alcuni chiamano atei? Quelli, dico, che misurano ogni cosa con la ragion di stato e indirizzano tutte le loro frecce a questo scopo. Quando a loro sembra che tante cose vadano per il giusto verso, credono di doverlo attribuire alla loro sagacia, alle loro astuzie, alla loro sapienza terrena, ciò che non è altro che una mera illusione. Dio li vede. E tace. Perché per ora non regna. Ma guai a loro! [...]. Alla fine Dio riprenderà la sua grande potenza e regnerà sulla loro sventura".(14) Il potere terreno sarà annullato solo da Dio quando riprenderà in tutto e per tutto il suo governo sugli uomini dopo aver sconfitto la bestia giunta all’apice della sua potenza. Ipotizzare una repubblica dell’amore su questa terra è purtroppo solo un esercizio filosofico o peggio un rifiuto della provvidenza divina. È vero che per lo stesso Aristotele la migliore città è quella che si regge sull’amicizia e sull’amore e non sulla sola legge, ma è anche vero che Dio ha voluto salvare uomini e bestie (Sal 36) e che perciò fino a quando ci saranno bestie da convertire in uomini, ci vorranno dei recinti che le contengano. Tali recinti sono le leggi e le autorità che le fanno rispettare.(15) Di fronte a questa realtà che non lascia spazio a utopie, ma che non può essere abbandonata al suo arbitrio, il cristiano può giocare un duplice ruolo. È innanzitutto chiamato a denunciare la perversione dell’agire politico quando da argine dell’umana ferinità si trasforma esso stesso in disumana ferocia. Ha poi il compito di lottare con tutte le sue forze affinché il calcolo politico e la cosiddetta "ragione di stato"(16) non stendano i loro tentacoli anche sulla chiesa di Cristo. È questo forse il tema che sta più a cuore al gesuita italiano, ricorrendo continuamente nell’esposizione dei simboli più famosi delle visioni. Gli intrighi della gerarchia ecclesiastica italiana erano quotidianamente sotto gli occhi dello studioso della profezia giovannea e a un secolo dal Concilio tridentino, gli pareva che tutti si fosse ripiombati nelle bassezze che avevano motivato il vasto processo di riforma. Ci voleva un nuovo rinnovamento, guidato in primo luogo dalla familiarità e dall’interiorizzazione della Scrittura. Per i vescovi e gli ecclesiastici in genere, il testo principe di riferimento dovevano essere le sette lettere alle sette chiese d’Asia dei primi capitoli dell’Apocalisse nei cui messaggi esortatori Ferrari vedeva, al pari di Ribera e Cornelio a Lapide, il compendio degli insegnamenti che il divino affida ai suoi intermediari dei quali svela impietosamente limiti e peccati da superare. Fra questi i più attuali gli sembravano quelli della cura delle esteriorità e del legame col mondano, messi a fuoco nella lettera all’angelo-vescovo di Sardi (Ap 3,1-6): "Certo questa lettera è molto utile anche ai nostri tempi, se ad essa con zelo si applicassero i prelati e quanti aspirano a prelature e vescovati. Imparerebbero infatti con quale spirito debbano vivere tali cariche e quali debbano essere le loro opere, né in così tanti vivrebbero da atei nella chiesa di Dio. Perché comprenderebbero quel detto: ‘Ricorda come hai accolto e udito la parola, osservala e ravvediti’ (Ap 3,3); capirebbero che cosa significa quando Paolo dice: ‘Non avete ricevuto lo spirito di questo mondo, ma lo Spirito che è da Dio’, il quale richiede perfetta pietà, vera misericordia, completa purezza di cuore e di corpo, di penitenza, di abnegazione, di vera umiltà, uno zelo mai fiacco. Capirebbero che non devono indossare maschere, né riverire il volto dei potenti, né temere le fatiche, i disagi, i pericoli, le ingiurie, la povertà e le persecuzioni dei malvagi".(17) Gli esiti catastrofici della lunga guerra europea, che negli anni di composizione del commentario volgeva a termine, spingono il teologo gesuita a considerazioni più generali e spesso più critiche e amare sulle scelte della chiesa e dei suoi vertici gerarchici. Quanti nella chiesa erano stati ispiratori e artefici di morte e distruzioni? E quanti avevano utilizzato le immagini apocalittiche ai fini della propaganda politica? Alla vigilia di quel conflitto proprio il gesuita Luís de Alcázar aveva suonato la carica contro gli eretici facendo della profezia il vessillo di una chiesa vittoriosa su tutte le eresie della storia e, al pari di tanti altri, aveva invocato la spada dei principi cristiani per la piena restaurazione dell’ortodossia.(18) La generazione che ha attraversato gli orrori e le inconcludenze della guerra dei Trent’anni è decisamente più disincantata e trova invece nelle immagini apocalittiche la conferma alle sue aspirazioni per una cristianità più ingenua ed evangelica. Per Ferrari solo i martiri del quinto sigillo, la donna insidiata dal drago, l’agnello immolato, i vergini che lo seguono in candide vesti sono i tipi del vero cristiano. Né è lecito interpretare le immagini della vendetta divina come autorizzazioni ad anticipare nel secolo, attraverso le armi, la giustizia escatologica. Da queste poi, deve essere sottratta quella del cavallo bianco e dell’arciere vittorioso che lo cavalca (Ap 6,2) che non è figura guerresca e violenta e non può lasciare spazio a teorie di evangelizzazione forzata: "In questa visione non vi è nulla che manifestamente dichiari che il vangelo debba essere introdotto nel mondo con la violenza e le armi, ma piuttosto con la purezza di vita e con la predicazione, con la stessa energia e forza con le quali domina e trafigge il cuore di coloro che ascoltano come con frecce. Quindi invano desideriamo che i principi cristiani concordi volgano le armi contro i nemici della fede. Infatti anche se ciò fosse molto salutare e desiderabile per la repubblica cristiana, tuttavia non con questo mezzo Dio stabilì di diffondere il vangelo, anche se ciò può costituire quasi un’occasione come accadde quando il re santo Luigi intraprese la spedizione in Oriente o quando i Portoghesi e gli Spagnoli lo scorso secolo si recarono nelle Indie. Tuttavia l’esperienza, concorde con la verità di questa profezia, ripetutamente manifesta che non appena i cristiani che sono tra gli infedeli si allontanano dall’innocenza evangelica e dalla purezza della vita cristiana e quando gli innocenti e ferventi predicatori cessano dalla predicazione, subito la verità della fede regredisce e quasi si estingue nelle province degli infedeli, anche in quelle soggette a principi cristiani".(19) L’assetto politico-religioso seguito alla guerra da una parte liberava energie per un nuovo slancio missionario nelle terre d’oltreoceano, dall’altra faceva intravedere la divisione della cristianità occidentale come un problema non risolvibile nel giro di poco tempo, ma da accettare e interpretare attraverso categorie diverse da quelle della contraddizione e della negazione. Del resto è divenuto ormai vano fidarsi di forze che guidano le loro imprese sotto pretesti appariscenti che chiamano "ragione di stato, conveniente commodità, giusti interessi, vera grandezza".(20) Imperi e regni combattono solo per la loro conservazione e potenza e a tal fine sottomettono tutto, anche la fede. La ragione di stato che empia e profana non teme il diritto, né riverisce Dio, può ben essere rappresentata dal drago grande rosso, mostro che assomma arroganza, ipocrisia e molti altri mali tipici degli imperatori pagani e dei re barbari, che si diffondono presso altri potentati malvagi, ma ciò che è peggio trovano spazio presso le corti cristiane e persino a Roma.(21) E proprio ad un’impietosa denunzia dei costumi della corte pontificia mira l’interpretazione che di Babilonia dà il gesuita. Al pari di Ribera e Cornelio, Ferrari ritiene che "Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli abomini della terra" (Ap 17,5) sia Roma. Ma per l’esegeta italiano le connotazioni temporali contano fino a un certo punto. Il messaggio della profezia non si limita a illustrare le caratteristiche di Roma pagana del passato e del futuro, ma consegna un messaggio universale valido per tutti i tempi. Così Roma, che è anche quella cattolica e papale, si prostituisce ogniqualvolta svende la sua fedeltà a Dio per corrompersi con il mondo. Come il popolo d’Israele nei vari libri biblici talvolta è benedetto da Dio, talaltra trattato molto aspramente, come Gerusalemme è detta ora città santa, ora Sodoma e Gomorra, così non c’è da meravigliarsi se una stessa donna, la chiesa, viene chiamata sposa e prostituta. Come la bestia è la summa di ogni corruzione politica, così la meretrice rappresenta l’abisso della corruzione del potere religioso. Fra le due realtà si instaura un velenoso circolo. La religione infatti si corrompe quando cede al calcolo politico e mondano e la politica quando aspira a diventare divinità sfruttando i culti, i riti, i ministri e le dottrine della religione. A vicenda si corrompono e insieme commettono i crimini più orrendi dell’umanità. Lo stesso Cristo fu vittima del diabolico connubio tra un potere politico che divinizzava se stesso e una religione che sfruttava i più biechi stratagemmi per garantire la propria esistenza e che con il suo scellerato esempio scandalizzava i piccoli e corrompeva i grandi:(22) "Stai attenta Roma, prorompe il gesuita italiano nell’esposizione dei primi versetti del capitolo 18, bada che i tuoi disegni riguardino solo l’onore e il servizio divini; osserva attentamente e assicurati che i patti e le alleanze che leghi tra i principi siano diretti al fine della gloria divina. Non volgerti verso alcunché di terreno, non fare la corte a nulla che appartenga al secolo, indirizza le battaglie e i consigli di pace all’onore e al servizio divini, non a tuo vantaggio, o a favore di questo o quel partito, affinché non fornichino di nuovo con te i re della terra e tu vada in rovina rapidamente. Già è stato previsto e predetto: ‘È caduta, è caduta Babilonia...’ e sappi che la Sodoma spirituale, ovvero Gerusalemme, non fu idolatra quando perì, ma a causa di altri grandi delitti andò in rovina e soprattutto per quell’affermare: ‘Costui è l’erede, venite, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra’ (Mt 21,38). Ascolta ciò che segue: ‘I mercanti della terra si sono arricchiti del suo lusso sfrenato’ (Ap 18,3). Qui non si tratta né di idolatria, né di paganesimo, né di eresia [...]. Gerusalemme andò in rovina mentre era lontanissima dall’idolatria, ma, ciò che è peggio, perseguitò il figlio erede del suo Signore e avendolo eliminato volle avere la sua eredità dicendo: ‘Costui è l’erede, venite, uccidiamolo, e l’eredità sarà nostra’. Non dunque errarono perché non conobbero l’erede ma perché, avendolo conosciuto, non lo accolsero e lo perseguitarono e lo uccisero. Non dunque ogni peccato è idolatria o eresia, ma è peccato anche lo scandalo, e l’agire politico, l’ipocrisia, il lusso, la crapula, l’arroganza, la dissoluzione".(23) Le questioni dogmatiche, lentamente, scivolano dietro le spalle. Davanti agli occhi solo la realtà di fatto di un cattolicesimo che dopo più di un secolo di contrasti e di riforme si interroga sui suoi costumi e li trova non conseguenti alla dottrina. Quanto è stato speso e quanto si è combattuto per le chiarificazioni dottrinali, per la difesa dell’ortodossia, per l’approfondimento del dogma nel secolo delle lotte religiose! Ma il problema, sempre attuale, della pratica della religione, della conformità dell’azione alla dottrina, resta aperto. I Giudei sapevano che quel Gesù era l’erede, conobbero quindi il dogma e in questo non peccarono. Ma l’azione non fu adeguata alla conoscenza perché subentrò il calcolo politico e l’interesse privato. La cristianità romana, milleseicento anni dopo la passione di Cristo, si trova nella stessa condizione: ha la fede pura, ma può giocarsela ogni volta per mero calcolo al tavolo della politica e degli affari privati. La disillusione di metà Seicento che attraversa tutta l’Europa, è avvertita dagli spiriti religiosi come anelito a un rinnovamento etico e spirituale e presa di distanza dalla corruzione, dalla violenza, dal sopruso che per tanti anni hanno segnato la condotta dei cristiani. Non è bastato lottare per l’ortodossia. È necessario impegnarsi per un rinnovamento pratico che investa tutti gli aspetti della vita della chiesa e soprattutto dei suoi vertici, chiamati a essere esempio e modello di perfezione. Il vero nemico ormai non è più l’eresia, ma la ragione di stato che si fa beffe della religione utilizzandola per i suoi fini.(24) È contro di essa in verità che si scaglia la profezia della caduta di Babilonia: "Infatti dal momento che annunzia altre cose e predice la caduta degli imperi, la rovina delle genti e la trasformazione del cielo e della terra antichi, dovette anche annunziare il tramonto e la distruzione del mondo politico visto che è così importante. Dunque nella distruzione di Babilonia lo Spirito del Signore volle dichiarare e dichiarò non solo la distruzione di una città ma anche di un mondo, del mondo cioè politico, del mondo carnale con tutti i suoi piaceri e le sue magnificenze".(25) Al superamento del mondano, delle sue illusioni, dei suoi stratagemmi deve rivolgersi la speranza e l’azione del cristiano. L’attesa escatologica orienta e impegna le energie dei fedeli verso un nuovo atteggiamento profetico che non teme il confronto con le autorità terrene. Nella casistica di Ferrari le situazioni in cui è lecito dissimulare la fede sono ridotte all’osso. Assolutamente mai dinanzi alle autorità. Si ha dissimulazione onesta solo quando in situazione di pericolo nascondere la propria fede non arreca scandalo ad altri cristiani. Altrettanto limitate le occasioni in cui la fede può essere difesa con la spada. In teoria è lecita la legittima difesa, in pratica il Signore esalta coloro che sono fedeli fino alla morte, come il testimone Antipa (Ap 2,13) e che si sentono mandati come pecore in mezzo ai lupi (Mt 10,16). Anche quando si sta per cadere nelle mani del nemico o quando si è nelle carceri non è lecito adoperare la violenza per garantirsi la fuga. Il cristiano deve credere che la spada della bocca, animata dallo Spirito, è sempre più forte della spada della mano.(26) Il potere politico, dal canto suo, sfugge alle logiche mondane solo quando si riconosce inferiore alla sapienza religiosa e accoglie i profeti come profeti. Così fu dell’Egitto quando accolse Giuseppe, e di Babilonia quando accolse Daniele.(27) Tutto il resto è un male necessario. O viene dal maligno.
3. Escatologia e prassi Nessun genere letterario quanto quello apocalittico è stato utilizzato per diffondere una visione dell’uomo e della storia come soggetti al destino di un combattimento cosmico tra il bene e il male, una lotta che sovrasta le imprese individuali e collettive e anzi le preordina e determina. Nessuno scritto apocalittico quanto quello canonico ha rovesciato la tendenza del genere letterario. L’incitamento costante del singolo e della comunità cristiana all’esercizio delle virtù, alla resistenza contro le tentazioni, alla pazienza, alla fedeltà, al contributo fattivo affinché si affretti il compimento del regno di Dio, mostra che nel contesto del combattimento tra le forze del bene e del male il primo protagonista è sempre l’uomo. L’esegesi gesuita mirava alla piena valutazione di questi aspetti, a differenza di quella tardomedievale impregnata di una visione deterministica e "apocalittica" della storia. Non per nulla proprio i primi tre capitoli della profezia, quelli delle esortazioni alle sette chiese d’Asia, assunsero per gli interpreti della Compagnia, pur con la difficoltà di inserirli nella struttura generale dell’opera, un carattere di centralità, tanto da attirare l’attenzione di interi scritti, come quello monumentale di Andrea Pinto Ramirez.(28) Vi si trovavano infatti innumerevoli argomenti da contrapporre al sola fides di luterani e calvinisti e vi era delineata un’antropologia volontaristica in cui il momento della conversione e l’impegno pratico tenevano il primo posto nella vita del cristiano. Al tempo di Ferrari la conciliazione tra fede e opere, tra giustificazione e meriti, era nuovamente al centro di un’accesissima controversia, quella fra gesuiti e giansenisti. Nel 1653 la bolla papale Cum occasione condannava cinque proposizioni dell’Augustinus di Giansenio. Nel 1656 Pascal, sotto falso nome, iniziava a diffondere le Lettres provinciales. Fra queste due date, il commento teologico del maestro milanese si presentava come un’equilibrata sintesi della morale gesuita. L’ingegnosità dei teologi e dei casuisti veniva supportata da un robusto sostegno scritturale e la profezia giovannea era vista come punto di riferimento imprescindbile per la teologia morale. Nell’ultimo libro del Nuovo Testamento, in sintonia con la tradizione profetica e con la letteratura apocalittica, prassi ed escatologia sono strettamente connesse. L’agire individuale e comunitario, costantemente vigilato dal divino, è sempre legato a una retribuzione o a una punizione. Tutta la realtà pratica è in tensione verso il suo esito e ogni azione dell’uomo misura il suo valore in quanto contribuisce al compimento del regno di Dio o vi si oppone. La storia umana è poi calata nella scena di un universo che procede verso la scomparsa e una nuova creazione. Tutti e tre i piani dell’escatologia, esistenziale, storico e cosmico, sono contemplati nella profezia neotestamentaria. La corretta interpretazione delle promesse di Cristo, del regno millenario e della nuova creazione diviene fondamentale per orientare l’agire dei cristiani. Secondo Ferrari i premi promessi nella profezia coinvolgono innanzitutto la sfera spirituale del singolo già in questa vita e sono anticipazioni concrete della pienezza che ogni cristiano raggiungerà con la morte e che coronerà con la risurrezione del corpo nel giudizio. L’insegnamento evangelico, se accolto e messo in pratica, migliora di per sé le qualità spirituali dell’individuo, donando un’esistenza più ricca e completa. Così, ad esempio, avere potere sulle genti (Ap 2,26) significa essere capaci di convertire con la propria testimonianza, ricevere la stella mattutina (Ap 2,28) possedere il dono del discernimento degli spiriti, vestire l’abito bianco (Ap 3,5) ritrovare l’innocenza dopo la conversione, non venire cancellati dal libro (Ap 3,5) mantenere la perseveranza. Salute, pienezza, riposo, scienza, pace, sicurezza, soddisfazione dei desideri, giustizia divina sono ricchezze sperimentabili. Nella beatitudine diverranno infinitamente intense e irrevocabili. Ci sarà salute senza malattia, pienezza senza difetto, riposo senza noia, scienza senza ignoranza, pace senza perturbazione, sicurezza senza timore, gioia per la congregazione dei giusti, per le pene dei malvagi, per la considerazione del bene fatto e del male da cui si è stati liberati. In polemica con Alcázar che leggeva le lettere come sprone diretto alle chiese d’Asia per resistere al giudaismo e all’idolatria, Ferrari fa notare che solo nelle lettere a Tiàtira e Filadelfia è richiesta una lotta contro nemici esterni. Nelle rimanenti si sollecita alla conversione personale, al rinnovamento dei comportamenti, all’esercizio delle virtù: "Di qui si ricava che le battaglie contro se stessi sono le più importanti".(29) Quando però si tratta di spiegare ai contemporanei in quali tempi e in quali modi si debba esercitare la virtù e quali siano le occasioni in cui è di precetto amare Dio e il prossimo, Ferrari, affidandosi alle osservazioni di un Sánchez(30), sembrava vanificare le esortazioni apocalittiche. Perché, ad esempio, non è obbligatorio compiere atti d’amore né quando ci si converte, né quando si riceve il battesimo, né quando si ode qualche bestemmia, né quando si è ricevuto un dono da Dio, né quando il prossimo necessita della nostra carità e neanche in punto di morte(31). Negli scritti dei casuisti scricchiolava tutta la precettistica della morale cristiana che, codificata e divulgata, serviva di riferimento al popolo. L’operazione di sottile chiarimento filosofico pareva mettere in discussione i più comuni criteri di comportamento. Gli spiriti più intransigenti, e fra questi i solitari di Port Royal erano i più agguerriti, iniziarono a vibrare le loro proteste contro i falsificatori della morale cristiana. La teoria gesuita della grazia universale e sufficiente, attirava gli strali degli agostinisti radicali, convinti che la grazia non è donata a tutti indistintamente e che anche il giusto senza il soccorso di essa non può attuare il bene. Il probabilismo morale viceversa, sembrava abbassare comodamente l’impegno cristiano fino a livelli di inaudito permissivismo. Ma almeno nella visione di Ferrari, l’obiettivo dei moralisti della Compagnia è proprio quello di vanificare una religione dello sforzo e dell’impegno che prescinda dall’accoglimento dell’amore divino. Le astratte argomentazioni dell’etica razionale quando vengono applicate alle situazioni e alle personalità spesso possono solo indicare il male minore o il bene più comodo come rifugi per la coscienza sbattuta tra i casi della vita. Annullare con gli strumenti della logica i precetti, i tempi, le modalità, significa solo liberare dalla rigidità del dovere e lasciare il campo aperto al soffio dello Spirito: "La carità è amore soprannaturale, il cui uso non è in nostro potere, ma con un atto per grazia dobbiamo essere mossi ad esso da Dio. Quindi il primo motore è lo Spirito Santo che a noi è dato e in noi abita per diffusione dell’amore nei nostri cuori. Esso dunque in noi adempie al precetto inclinando il nostro cuore con un atto non raro dell’amore divino. Il nostro solo precetto è dunque quello di stare attenti a non respingerlo, a non impedirlo, ma a cooperare. Così non è possibile assegnare un tempo definito nel quale si debba esplicare tale precetto. Il tempo sarà quando lo Spirito ci spinge a compierlo. Ma qualora in noi non ci sia la carità, perché siamo in peccato mortale, è certo che non incombe il precetto di esercitare la virtù che non abbiamo, ma piuttosto quello di procurarcela".(32) Allo stesso modo non è possibile classificare quali siano i momenti più opportuni per la penitenza e la confessione, e al limite anche la confessione in punto di morte può essere ben accetta a Dio, perché se è vera, è mossa dallo Spirito, viene quindi da Dio e a Dio ritorna. E ancora, la mortificazione della carne non è una disciplina che possa essere regolata e impartita: ogni uomo è come una cetra che deve lasciarsi suonare dallo Spirito. Il paradosso della polemica giansenista era di tacciare i gesuiti allo stesso tempo di semipelagianesimo e di lassismo. Da una parte cioè di predicare una religione del perfezionamento delle doti naturali e delle virtù morali a prescindere dai temi della predestinazione e della necessità della grazia per ogni atto di bene; dall’altra di vanificare proprio l’esercizio delle virtù attraverso le sottigliezze della casistica. Nelle sue estreme conseguenze pratiche però la morale gesuita, fondata sulla dottrina della cooperazione dell’uomo col divino nella salvezza e sull’importanza dei meriti e delle opere, si risolveva, come nel commento di Ferrari, in un abbandono allo Spirito, alla fiamma dell’amore, al di là di ogni devozione, ascesi, sforzo, precetto. L’agostinismo estremista invece, con la sua propensione ai temi della predestinazione e della supremazia della grazia si rovesciava fino a proporre una prassi di devozioni, battiture, abnegazioni per avere la certezza di possedere la fede.(33) L’esegeta italiano, senza partecipare direttamente alla polemica, cercava di spiegare l’indirizzo teologico della Compagnia alla luce del messaggio profetico. Il principio e la sintesi di ogni morale, anche di quella gesuita, si trovavano nell’incessante monito di Cristo a non resistere al suo Spirito, perché ogni uomo possiede lo strumento per accoglierlo: "Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese" (Ap 2,7.11.17.29; 3,6.13.22). Il bene pratico era una conseguenza diretta e non raggiungibile per altre vie, dell’apertura al divino. La conversione inoltre, avrebbe comportato il verificarsi di un primo evento escatologico, personale e spirituale. Il mondo della dispersione, della confusione, della paura, dell’insicurezza sarebbe finito e sarebbe subentrato, nell’intimità con lo Spirito di Cristo, un mondo di comunione, di certezza, di serenità, di fermezza. Tale evento avrebbe trovato stabilità definitiva nella morte, potenziamento e sublimazione alla fine della storia e nella nuova creazione. Il tempo, al pari dello spazio, è ancora percepito come un’avvolgente serie di sfere concentriche: tempo esistenziale, storico, cosmico, eternità. Ed è dall’ultimo cielo che proviene una luce fino al cuore dell’uomo a indicare la strada, a prefigurare la meta. Anche l’altro grande tema escatologico, il regno millenario dei santi, è interpretato da Ferrari in senso unicamente spirituale. L’obiettivo è quello di disinnescare la carica rivoluzionaria insita nella dottrina del millennio, tante volte riesplosa, negli ultimi tempi soprattutto in relazione alla scoperta del Nuovo Mondo. Il problema è visto come eminentemente esegetico; da un canto perché mancano prese di posizioni dottrinali univoche sul chiliasmo, che fu professato da alcuni fra i più importanti padri apostolici e il cui nucleo centrale, la possibilità dell’instaurazione di un regno di santi sulla terra, aveva più volte ispirato l’azione di gruppi e movimenti all’interno della chiesa, fra questi anche di gesuiti; dall’altro perché si ritiene che la chiarificazione teologica attraverso l’analisi scritturale sia il primo passo da compiere per prevenire fenomeni che sono comunque da intendere come deviazioni dall’indirizzo tradizionale della chiesa. In Ferrari la riflessione sulla vacuità della dottrina millenaristica è incalzata dall’interrogativo sull’utilità della predicazione della fine del mondo. Egli è personalmente contrario a metodi terroristici di predicazione e più volte nel commentario si scaglia contro i seminatori di disperazione. Si chiede però come si giustifichi storicamente una forte predicazione escatologica nei primi secoli del cristianesimo e una predicazione dottrinale nell’evo contemporaneo che di per sé è più vicino al compimento dei tempi. La problematica viene affrontata a partire dalla visione di Apocalisse 14,6-8: "Poi vidi un altro angelo che volando in mezzo al cielo recava un vangelo eterno da annunziare agli abitanti della terra e ad ogni nazione, razza, lingua e popolo. Egli gridava a gran voce: ‘Temete Dio e dategli gloria, perché è giunta l’ora del suo giudizio. Adorate colui che ha fatto il cielo e la terra, il mare e le sorgenti delle acque’". Secondo Ferrari proprio nelle parole dell’angelo sarebbe profetizzata l’evoluzione della predicazione del vangelo da un modo escatologico: "Temete Dio e dategli gloria, perché è giunta l’ora del suo giudizio", a un modo più filosofico e dottrinale: "Adorate colui che ha fatto il cielo e la terra, il mare e le sorgenti delle acque". Scrive l’esegeta: "Sembra essere stato fatto al rovescio, per l’appunto, predicare nei secoli passati ciò che deve essere predicato ora e ora essere predicato ciò che conveniva di più ai secoli passati. Infatti oggi siamo molto più vicini al giudizio e quasi nessuno lo predica. Invece nei secoli passati conveniva di più una dottrina sulle cose naturali e sulla mirabile creazione divina di questo mondo e altri argomenti di tale genere sui quali oggi vertono quasi tutte le prediche [...]. Ma occore considerare che dal fine dipendono i mezzi. In questo caso il fine e l’utile è la conversione e la penitenza degli uomini. Quando gli apostoli iniziarono a predicare, non potevano facilmente attrarre gli uomini alla penitenza, se non attraverso il terrore del giudizio e delle pene future, per cui gli apostoli erano soliti annunziarli. Dopo la predicazione apostolica, su quella stessa via insistettero gli antichi quando videro ingenti calamità che il Signore aveva detto precederebbero il giudizio. Ma dal momento che ciò tante volte fu ribadito, né mai il giudizio è arrivato, questo modo di predicare è divenuto meno fruttifero e adatto. Per questo motivo ormai gli operai della chiesa hanno intrapreso un’altra via di aiutare il prossimo e si sono rivolti alle dottrine, con le quali adesso compongono le loro prediche e i loro libri [...]. Fra questi operai i principali furono e sono le varie famiglie di religiosi. Di costoro i primi, seguendo le vestigia degli antichi furono soliti annunziare il giudizio. Ma i successori sono adusi avvicinare a Dio con eleganti prediche, libri dotti e con dottrine ricche di tante cose. Ormai non tralasciano quasi nulla di quanto possano pescare dal cielo e dalla terra, dal mare e persino dalle fonti d’acqua [...]. E sebbene spesso sia troppa tale abbondanza e utilmente si eliminerebbero molte cose dai libri e dalle prediche, tuttavia ciò che è accaduto, cioè questo modo intrapreso di ammaestrare i fedeli nella chiesa, non fu senza comando divino, e in modo utile rimarrà vigente fino a quando la rovina di Babilonia costringa il seguente angelo a iniziare un altra via della predicazione"(34). L’argomentazione è la testimonianza di un vigile interrogarsi sui fenomeni del proprio tempo e del tentativo di comprenderli. Il pragmatismo gesuita cerca di svincolare la predicazione da astratte considerazioni storico-teologiche e intende porla al servizio del fine concreto. Alla base dell’annuncio evangelico sta una comprensione dell’uomo del proprio tempo, delle sue aspirazioni più elevate. Nell’età apostolica, la speranza di un grande e rapido rivolgimento epocale spingeva a far leva sull’ansia dell’imminenza della fine. Nell’evo moderno l’anelito dell’uomo alla conoscenza universale deve indurre alla predicazione dei profondi misteri dell’onnicomprensiva dottrina cristiana. Tutto ciò anche se in disaccordo con la cronologia divina e anche se il dilatarsi sterminato degli scritti cristiani in tutti i campi dello scibile, secondo l’opinione dello stesso teologo, "produce ormai quasi la nausea"(35). Il libellulus della dottrina cristiana che Giovanni ricevette (Ap 10,8-11) è diventato un liber immensus e il processo di interiorizzazione descritto dal comando dell’angelo: "prendilo e divoralo", è divenuto impraticabile(36). Nonostante la presa di posizione contro la predicazione avventista, nella mentalità di Ferrari il distendersi sterminato della biblioteca cristiana è percepito come un segno della fine dei tempi. La teologia dogmatica e morale, il diritto canonico e la casistica, l’esegesi e la mistica, hanno ormai quasi esaurito il loro compito. Resta soltanto da raggiungere le ultime lontane terre dove il messaggio evangelico non è ancora risuonato. L’esegeta non sa sottrarsi alla tentazione di fissare un limite alla vicenda umana. Per lui il processo di evangelizzazione e di approfondimento della dottrina cristiana, che accompagna la storia dell’uomo da sedici secoli, potrà continuare forse ancora per duecento anni. Nella cronologia "ristretta" del teologo del Seicento si tratta di un lasso di tempo nient’affatto breve e in ogni caso la fine non è immaginata come imminente, come nella predicazione avventista. Otto o dieci generazioni vivranno ancora il mondo così come è dalla venuta di Cristo; poi il regno millenario dei santi in cielo, iniziato propriamente con l’istituzione del culto dei santi avvenuta nell’835, sotto papa Gregorio IV, cesserà insieme con la militanza della chiesa sulla terra. La vittoria contro l’Anticristo e il giudizio proietteranno tutta la realtà verso il regno eterno delle beatitudini.
Il calcolo dell’esegeta gesuita, proposto con molta circospezione, dopo decenni di assoluto silenzio sulla questione da parte dei suoi predecessori, non era un’avventatezza. Nella riflessione sulla storia contemporanea si coglievano i segni del progressivo esaurirsi di una spinta millenaria, l’estenuarsi di un’organizzazione e di una visione del mondo. Gli ultimi grandi fenomeni che la cultura cristiano-occidentale credeva di essere riuscita a inglobare, la scoperta dei nuovi mondi e l’invenzione della stampa, erano proprio quelli che per primi mettevano in crisi in modo irreversibile un sistema che sembrava unico, al di là del quale si intravedeva solo l’eterno. Dopo le rivoluzioni giuridiche, politiche, economiche e sociali avvenute a cavallo dei secoli XVIII e XIX, neanche la chiesa e la cultura cristiana avrebbero potuto essere più le stesse. Come dopo lo smarrimento di fronte a un’immensa, incompresa calamità, i cristiani sarebbero tornati a interrogarsi radicalmente sull’essenza e sul senso del messaggio evangelico. Non era la fine del mondo. Era di certo la fine di un mondo.
Alessandro Salerno
--------- 1) Sulla sua interpretazione dell’Apocalisse si veda A. Salerno, "Chiesa e storia nel Commento all’Apocalisse di Francisco de Ribera (1537-1591)", Laós, II (1995), pp 35-48. 2) Sulla sua interpretazione dell’Apocalisse si veda R. Osculati, Hic Romae: Cornelio a Lapide commentatore dell’Apocalisse al Collegio Romano, in Storia e figure dell’Apocalisse fra ‘500 e ‘600, a c. di R. Rusconi, Roma 1996, pp. 315-329. 3) Sulle cause della debole rilevanza dell’esegesi gesuita italiana nel ‘500 si veda P. Tacchi Venturi, Storia della Compagnia di Gesù in Italia, Roma 1950, I, pp. 148-149. 4) Sulle sue opere spirituali si veda la breve nota di J. De Guibert, La spiritualità della Compagnia di Gesù, tr. italiana, Roma 1992, p. 252. 5) Cfr. G. Ferrari, In sanctam Apocalypsim commentaria, II, Milano 1655, p. 7. 11) Cfr. Erodoto, Storie, 1.32.8. 12) G. Ferrari, In sanctam Apocalypsim commentaria, III, Milano 1656, pp. 35-36. 15) Ibid., I, Milano 1653, p. 131. 16) Sempre in italiano nel commentario. 18) L. de Alcázar, Vestigatio arcani sensus in Apocalypsi, Colonia 1612. 20) In italiano nel testo. Ibid., III, cit., p. 154. 22) Per un’interpretazione moderna dell’Apocalisse come ‘rivelazione’ del Cristo vittima del potere politico e del potere religioso corrotti si veda E. Corsini, Apocalisse prima e dopo, Torino 1980, soprattutto pp. 324-486. 23) G. Ferrari, In sanctam Apocalypsim commentaria, III, cit., p. 182. 24) Sul finire del secolo fenomeni simili di insoddisfazione verso i costumi delle chiese istituzionali e di aspirazione a un rinnovamento etico e spirituale percorrevano la cristianità riformata e alimentavano il diffondersi del movimento pietista. Su questi temi si veda R. Osculati, Vero cristianesimo, Bari-Roma 1990. 25) G. Ferrari, In sanctam Apocalypsim commentaria, III,cit., p. 179. 26) Ibid., I, cit., pp. 100-103. 27) Cfr. Ibid., III, cit., p. 36. 28) Portoghese († 1654), pubblicò un Commentarius in epistolas Christi Domini ad septem episcopos Asiae, Lione 1652. 29) G. Ferrari, In sanctam Apocalypsim commentaria, I, cit., p. 278. 30) Tomás Sánchez (Cordova ca. 1550 - Granata 1610), tra le sue più importanti opere De sancti matrimonii sacramento, I-III, Genova 1602; Opus morale in praecepta decalogi, I-II, Madrid 1613; Consilia seu opuscula moralia, I-II, Lione 1634, tutte riedite innumerevoli volte. Pascal lo critica beffardamente nelle Provinciali (lettere V, VI, VII, VIII, IX) a proposito della dottrina delle opinioni probabili. 31) Cfr. lo stesso tema nella decima delle Provinciali di Pascal. 32) G. Ferrari, In sanctam Apocalypsim commentaria, I, cit., p. 54. 33) Emblematico a tal proposito uno dei più famosi pensieri pascaliani: "Volete pervenire alla fede e non ne sapete la strada; volete guarire dall’incredulità e ne chiedete il rimedio: apprendetelo da quelli che sono stati legati come voi e che adesso scommettono ogni loro bene; sono persone che conoscono la strada che vorreste seguire, e sono guariti da un male da cui volete guarire. Seguite il modo con cui essi hanno incominciato: è facendo ogni cosa come se credessero, prendendo l’acqua benedetta, facendo dire delle messe, eccetera. Naturalmente, ciò vi farà credere e vi renderà come una bestia" B. Pascal, Pensieri, trad. italiana, a cura di A. Bausola, Milano 1993, pensiero 451 (233), p. 253. 34) G. Ferrari, In sanctam Apocalypsim commentaria, III, cit., pp. 94-95.
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